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Canapa ad uso Industriale: ecco quello che (non) bisogna sapere

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Come anticipato da diverso tempo dalla nostra Associazione, il mercato della Canapa ad uso industriale verrà presto inondato da fiori provenienti dall’estero, da paesi nei quali è possibile la coltivazione di varietà diverse e non sottoposte a certificazione UE, mentre il mercato italiano e la filiera italiana rimarranno ancorati a selezionare le 52/53 varietà certificate dall’Unione Europea, con la possibilità di ottenere ottimi raccolti, ma pur sempre rientranti, per legge, nelle varietà autorizzate.

E nel mentre che siamo distratti dal mercato della Canapa ad uso industriale, dietro le quinte si muove la monopolizzazione privata della coltivazione della “Cannabis con THC” ad opera del Farmacoligopolio autorizzato, finanziato da ogni singola vendita del prodotto fino ad oggi commercializzato in ogni Farmacia: nel testo di legge proposto dal Partito Democratico in sostituzione del DDL Cannabis Legale, si legge all’articolo 6, nel punto 2:

Sono addirittura già state depositate delle richieste di autorizzazione da parte di aziende private del settore (si è già a conoscenza del passaggio di questo articolo?); purtroppo non abbiamo altre informazioni a riguardo, per ora.




Tutto questo mercato apparente della Canapa ad uso Industriale, che in realtà per tutti è solamente un semplice sostituto (anche simile nella forma) della Cannabis “con THC”, un palliativo al bisogno di libertà di coltivare ed utilizzare Cannabis contenente principi attivi utili per benessere e salute della popolazione intera, si sta però sviluppando dietro la folle, nonchè geniale, dicitura “ad uso tecnico“.

Andiamo ad analizzare nel dettaglio cosa significa questa destinazione d’uso.

La legge che regola il settore canapa ad uso industriale sembra permettere la vendita di Canapa ad uso industriale come prodotto alimentare, rimandando però la regolamentazione finale ad un decreto che sarebbe dovuto uscire in luglio 2017, ma mai presentato ne redatto.

Dunque la normativa sottende che rimanga invariato il limite impostato precedentemente negli alimenti, ossia 0,2% di THC come massimale. (NDR questa è l’interpretazione normativa più condivisa attualmente)

Però se la canapa ad uso industriale dovesse essere venduta come alimento, essa dovrebbe sottostare, come espone chiaramente la normativa  2 dicembre 2016, n. 242 all’articolo 2, punto 2), comma a) “alimenti e cosmetici prodotti esclusivamente nel rispetto delle discipline dei rispettivi settori”, alle norme disciplinari che regolano il settore, dunque ad un minimo controllo qualità, tipologia di terreno, coltivazione, pesticidi, fertilizzanti, ecc. ecc.

Tutto questo viavai di normative che si sovrappongono (avviene ugualmente per la situazione della comunicazione “semi-consigliata” di inizio semina), ha creato e crea difficoltà allo sviluppo del prodotto “fiore di canapa ad uso industriale” destinato ad “uso umano”.

Come raggirare la normativa?

Ecco che spunta, abilmente, l’uso tecnico. Il famigerato quanto inventato “uso tecnico”, la cui destinazione espressa chiaramente dal significato della parola “tecnico”, ne sottointende la non possibilità di utilizzo ad “uso umano”.

In pratica “uso tecnico” è esattamente il contrario di “uso umano”.

Si potrebbe pensare: “beh anche i sacchetti svizzeri erano profumatori per armadi”. Sicuramente. Ma mescolare cose differenti, sia nel senso sociale che nella realizzazione ed utilità reale è rischioso, e si invita il lettore ad un senso critico nella lettura dei fatti.




Grazie alla dicitura “ad uso tecnico” è cosi possibile commercializzare fiori di canapa ad uso industriale in modo piuttosto libero, soprattutto dai controlli dei settori con destinazioni ad uso umano.

Questo ha portato il mercato ad aprirsi ai consumatori del fiore “fumato” tramite una dicitura ingannevole di “uso tecnico”.

Tutto regolare, se non fosse che alcune aziende hanno iniziato seriamente a voler raggirare la legge ed il consumatore allo stesso tempo, sostenendo pubblicamente di “poter fumare liberamente il fiore, ed anche che “il prodotto è stato concepito per sostituire il tabacco nei joint“, come riportato anche su numerose riviste di settore, incredibilmente ignorando la pericolosità sociale di una tale affermazione.

I prodotti destinati ad uso tecnico non subiscono alcun controllo di sorta e pertanto non è chiara l’origine, il suolo su cui sono stati coltivati, gli eventuali pesticidi e fertilizzanti utilizzati, i controlli sui parassiti, sulle muffe, sul confezionamento, sullo stoccaggio, sulla scadenza (scritta in modo fittizio), ecc. ecc.

Sui social network sono oramai numerosi gli esempi dove il prodotto venduto “ad uso tecnico” non rispetta chiaramente le basilari normative di igiene sanitario ed alimentare, esponendo dunque il consumatore che, indotto dalla pubblicità ingannevole di talune aziende su talune riviste, potrebbe incorrere in gravi danni per la salute personale.

(NDR: proprio per questi motivi siamo e saremo sempre per garantire IN PRIMIS la possibilità di autocoltivare il proprio fiore!)

Per mettere fine a questa situazione occorre seriamente spingere per una normativa efficace e chiara sull’argomento, ma la situazione attuale ha spinto talmente tanto l’acceleratore in modo scorretto che non ci stupirebbe una emanazione di un decreto restringente sul settore.




A chiedere una regolamentazione chiara è anche il Movimento 5 Stelle (si tratta di riportare i fatti, stiamo ancora verificando le finalità della mozione) che con una risoluzione presentata nelle Commissioni congiunte Affari Sociali e Agricoltura di Montecitorio, chiede al Governo di attivarsi per consentire l’uso floreale ed erboristico delle infiorescenze della canapa industriale, creando una regolamentazione ad hoc in grado di colmare l’attuale vuoto legislativo ed escludendole dalla normativa sui medicinali, anche alla luce della Convenzione unica sugli stupefacenti adottata a New York il 30 marzo 1961, come dichiarato oggi sul Corriere di Taranto da Giuseppe L’Abbate; staremo a vedere gli sviluppi, augurandoci che non venga applicata una stretta normativa, causata dai mercanti improvvisati dell’ultima ora e dalle loro false pubblicità.

 

Come Associazione di informazione saremo sempre schierati per la tutela del consumatore, della possibilità di sviluppare una importante, vera e seria, filiera italiana, quanto più possibile libera da speculazione e pubblicità ingannevole, al fine di garantire a tutti la possibilità di utilizzare e coltivare liberamente ciò che viene proposto come prodotto in vendita, e che lo stesso prodotto in vendita sia adatto all’uso per il quale viene destinato e consigliato.

 

 

Stefano Auditore
Presidente Associazione No Profit FreeWeed Board

Nato a Cernusco sul Naviglio, il 12/02/1986

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