La Canapa e la potenza navale di Venezia

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La canapa rappresentò, durante l’età della marineria velica, un prodotto strategico per l’industria navale, indispensabile per la realizzazione di corde e di vele. Inserita fin dall’alto Medioevo in un contesto di guerre sul mare e di crescente potenziamento delle proprie flotte, Venezia affrontò presto il problema di assicurare continuità e prezzi convenienti alla forniture di fibra, un obiettivo perseguito dapprima incrementando le importazioni dal Bolognese, dalle Marche, ma anche dalle più lontane terre pontiche e, successivamente, integrando il prodotto estero con la produzione interna.

Fin dalla sua fondazione Venezia, avamposto di Bisanzio nell’Adriatico settentrionale e porto di notevole rilevanza per i traffici tra Oriente ed Occidente, aveva assistito ad un continuo e progressivo sviluppo della propria flotta militare e mercantile, evoluzione che subì una marcata accelerazione in seguito alla partecipazione alla Quarta Crociata (1202-1204), all’acuirsi della rivalità con Genova, all’ampliarsi della zona d’influenza veneta a tutto il Mediterraneo orientale e, infine, all’avvio, durante il Quattrocento, delle “guerre turche”.In tale contesto la città si dotò assai presto di una marina stabile, costruì flotte sempre più numerose e creò, a sostegno dell’armata di mare, il grande arsenale di Castello ed alcune strutture minori nei principali centri dello “Stato da Mar”, simboli e testimonianze delle nuove esigenze.

Questa evoluzione produsse, ovviamente, sensibili effetti sul fabbisogno delle materie prime destinate al cantiere di Stato, tra le quali, oltre al legno ed al ferro, emergeva sempre più la canapa, necessaria alla fabbricazione di cavi e, unitamente al lino o al cotone, di vele. L’incremento della domanda pubblica si scontrò tuttavia con un’offerta assai rigida e caratterizzata dalla concentrazione geografica delle maggiori produzioni, limitate, almeno fino al XV secolo, alle terre emiliane ed a quelle pontiche, e dalla diffusa presenza di piccole piantagioni, generalmente poste ai margini dell’azienda agricola, per lo più atte a generare raccolti di scarsa qualità e quindi incapaci di soddisfare le esigenze degli arsenali.

Venezia reagì alla crescente tensione tra domanda ed offerta riservando la disponibilità delle fibre presenti sul territorio nazionale alla propria cantieristica ― facendone un genere di monopolio ― e consolidando i flussi di importazione provenienti in primo luogo dai mercati emiliani e da quelli della città di Tana, emporio delle fibre russe ed ucraine, e, per aliquote minori, dalle Marche e dal Piemonte.

I rapporti commerciali così stabilitisi vennero, tuttavia, sottoposti a crescenti tensioni durante l’ultimo Trecento: il tasso di crescita della domanda, sospinta dal fiorire dei traffici e dall’ampliarsi delle flotte in tutto il mondo occidentale, accelerò ulteriormente, mentre l’offerta, bloccati gli accessi al Mar Nero dall’irruzione turca nel Mediterraneo orientale, venne progressivamente privata degli apporti pontici. Quando, nel 1461, cadde Trebisonda, la canapa russa non era più lavorata da tempo nei laboratori dell’Arsenale.

Contestualmente all’evoluzione politica ora tracciata crebbe il potere contrattuale dei produttori bolognesi, ormai beneficiari di un vero e proprio monopolio che, se duraturo, avrebbe potuto regalare all’Emilia un notevole peso economico e, forse, anche politico nell’Italia Nord-orientale. La partita, tuttavia, non era ancora chiusa e, con la conquista veneziana di ampli spazi nell’entroterra veneto durante il primo Quattrocento, vennero modificati, oltre ai confini italiani, anche le possibilità di scelta della Serenissima che, venne a disporre di territori sufficientemente vasti da poter ospitare ampie colture di canapa.

La classe dirigente veneta iniziò a considerare i Bolognesi non solo monopolisti di una merce essenziale, ma anche detentori di un’arma di ricatto al tempo steso politico ed economico, la cui potenza doveva essere, se non eliminata, almeno effettivamente smorzata. Maturò così, sotto la duplice pressione dell’avanzata turca e della lotta per il dominio dell’Italia Settentrionale, la decisione di sfruttare le terre padane per modificare a proprio vantaggio una situazione altrimenti bloccata in un’insidiosa dipendenza commerciale.

Una volta sancito il ruolo fondamentale dello Stato nella creazione e gestione delle colture venete, vennero identificate le terre più adatte all’esperimento, definiti con precisione le estensioni coinvolte, acquisite le competenze tecniche necessarie ad una coltivazione ancora poco conosciuta, create nuove infrastrutture. Si predispose infine un’organizzazione di direzione, indirizzo e controllo capace di assicurare l’effettiva applicazione delle procedure di lavorazione ed il reale conseguimento degli obiettivi.

In primo luogo fu allora stabilito che la “canapicoltura nazionale” si sarebbe sviluppata tra Montagnana, Este e Cologna. Le piantagioni, poi, si sarebbero avvalse dell’intero “Palù di Prova”, un’area di proprietà della comunità di Montagnana, suddivisa in numerosi lotti ed affittata ai coloni locali, alla quale sarebbero poi stati aggiunti altri terreni della provincia ottenuti imponendo a tutti i conduttori di quelle terre di coltivare a canapa un campo per ogni paio di buoi posseduti.“Item volemo ed ordenemo”, recita la “parte” istitutiva delle piantagioni venete approvata il 25 ottobre 1455, “per dare principio al semenare di detti canevi che i cittadini di Montagnana e suoi borghi […] per nostra decisione debbano seminare per cadaun paio di buoi campi doi di canapa”  [17]. Il risultato fu di disporre di circa 800 “campi” vincolati.

Definiti gli ambiti e l’entità delle coltivazioni, il Senato volle applicare alla canapicoltura padovana le migliori tecniche e competenze allora disponibili e dotarla di infrastrutture capaci di assicurare la massima qualità del prodotto. A tal scopo fu assunto Michele da Budrio, un agronomo emiliano esperto nella materia, a cui venne affidata la direzione “tecnica” del progetto.

Conseguito, tramite tali provvedimenti, il duplice obiettivo di creare i presupposti di una produzione rispondente, per qualità e quantità, alle esigenze della Casa e di garantirne la stabilità nel tempo: lo Stato avrebbe goduto di un diritto di prelazione sulle fibre prodotte e lo avrebbe esercitato, nei limiti di quanto necessario all’Arsenale, applicando alla merce un valore determinato dallo stesso Senato e reso noto dal Patrono inviato a Montagnana per procedere materialmente alle compere. Nel secondo Cinquecento, a causa della crescenti tensioni sul mercato, dell’evidente insufficienza dell’offerta ed al fine di garantire, in tale contesto, le prioritarie esigenze del cantiere di Castello, la norma venne modificata trasformando la precedente facoltà pubblica in un obbligo di cessione dell’intero raccolto indipendentemente dal fabbisogno della Casa.

Il provvedimento, senza dubbio formalizzò il monopolio dello Stato sulla canapa “nazionale”.

Bastimenti carichi di canapa lasciarono allora la laguna per l’Olanda, Brema, Amburgo o addirittura l’Inghilterra, dove la materia prima, trasformata in gòmene e manovre, serviva nelle più grandi flotte d’Occidente. Constatati i limiti di tale commercio ed intuite le possibilità di allargare i benefici dell’agricoltura tramite lo sviluppo di industrie collegate, alcuni intraprendenti veneziani fondarono, nel 1888, il Canapificio Veneto, un importante opificio di lavorazione della canapa sito nel territorio di Cornuda, mentre a Vicenza sorse, per iniziativa di Giuseppe Roi, ilCanapificio Vicentino.

La fibra era ormai radicata non solo nel panorama agricolo veneto, ma, con la fabbricazione di corde e di tessuti, anche in quello industriale. L’evoluzione, di importanza non secondaria, permise di completare la filiera produttiva con le fasi a più alto valore aggiunto, e di inserire la canapicoltura tra le attività di effettiva rilevanza economica avviando un processo simile a quello da tempo sperimentato nella vicina Emilia.

Fonti:

D. Celetti, Fustagni e canevazze per le vele della marina veneta tra ’500 e ’700, “Atti dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti”

D. Celetti, La canapa e l’Arsenale. Aspetti e problemi della gestione di una fibra strategica nella Repubblica Veneta d’età moderna, “Studi Storici Luigi Simeoni”, LIV (2004)

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Stefano Auditore
Presidente Associazione No Profit FreeWeed Board

Nato a Cernusco sul Naviglio, il 12/02/1986

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