Consumo Condiviso e Collettivo: la Riflessione di Azzone

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Uno dei punti più controversi quando si parla di come regolamentare il consumo di cannabis, tenendo presente che lo Stato ritiene comunque di avere il dovere di reprimere ogni transazione in cui sia coinvolta la cannabis a qualsiasi titolo, è quello del consumo condiviso e collettivo.

Nel nostro paese sopravvive ancora una scuola di pensiero secondo la quale il semplice atto di passare una canna ad un amico sarebbe configurabile come spaccio in quanto, secondo il principio dell’ inversione dell’ onere della prova, spetterebbe eventualmente ai consumatori l’onere di dimostrare che non vi è stato e non vi sarà corrispettivo alla cessione di “sostanza drogante”. Secondo il mio parere quest’ impostazione risente di una volontà politica di isolare il consumatore rinchiudendolo in un recinto ristretto di malessere psicofisico. Non concependo lo stato, e i suoi organi che arbitrariamente concorrono alla formazione dell’ immagine, anche eventualmente processuale, del consumatore di cannabis, le ragioni profonde e tradizionali del consumo condiviso, accomunando nella percezione il consumatore di cannabis a quello di oppiacei si ritiene che al consumatore di cannabis interessi solo il procurarsi la sostanza e calmare attraverso essa la sua necessità; per tanto il consumo collettivo diventa non solo occasione naturale di spaccio ma prima di tutto strumento di allargamento della base dei consumatore attraverso un perverso sistema di cooptazione che indurrebbe gli sprovveduti ad un consumo smodato al fine di potersi percepire come adeguati al gruppo dei pari.
Di questa deficienza di auto stima, sudditanza psicologica e incapacità di discernimento approfitterebbero gli spacciatori al fine di massimizzare i loro guadagni.
questo tipo di dottrina, dimostra come la percezione che le istituzioni hanno del consumatore di cannabis sia fortemente distorta e lo accomuni più al dipendente da alcool o da oppiacei che al consumatore sociale di alcool o di carboidrati.
Chi, invece ha esperienza diretta sa, senza bisogno di troppi discorsi che invece le ragioni che spingono i consumatori di cannabis al consumo collettivo e condiviso, oltre ad essere di carattere conviviale, due, o più, is meglio than one, sono la via tradizionale che tutti i navigatori ed esploratori della mente hanno trovato tradizionalmente da millenni per rendere l’esperienza più sicura, meglio fruibile e più proficua per la crescita umana dei consumatori.

Da più parti si afferma che la cannabis possa favorire episodi psicotici, cosa che entro certi limiti potrebbe anche avere un senso se si mettessero i dovuti puntini sulle I; il consumatore esperto sa che, effettivamente, poichè la cannabis agisce come un amplificatore dei propri stati d’animo, se una persona che non sta vivendo un momento felice consuma cannabis in solitaria, venendogli a mancare i punti di ancoraggio che la presenza di altri consumatori gli fornirebbe, può, eventualmente, più facilmente incorrere in questo tipo di situazioni, con incidenze diverse e comunque relative alla varietà di sostanza, alle modalità di assunzione e alle quantità consumate.
Una sana politica di riduzione del danno dovrebbe considerare questo aspetto nel regolamentare questo tipo di consumo, il pensare che ogni consumatore sia un potenziale spacciatore più interessato a perseguire un utile personale che a condividere con i propri amici o famigliari un esperienza il più possibile piacere è estremamente fuorviate e la dimostrazione patente di un pregiudizio che i consumatori di cannabis vivono come profondamente discriminatorio e stigmatizzante nei loro confronti e questo unito alle altre forme di persecuzione alle quali sono essi sottoposti genera quella sfiducia e in parte quella doppiezza che fa sì che ogni discussione su ipotesi di cambiamento delle politiche repressive sulle droghe di origine prettamente vegetale e dei loro derivati sia viziata da una sostanziale malafede e sfiducia reciproca.

Io credo che sia necessario superare quest’ impostazione, è ormai tempo che lo stato riconosca che i consumatori di cannabis possono, come qualsiasi altro consumatore di sostanze potenzialmente da controllare in un modo o nell’altro, essere persone responsabili che hanno a cuore gli altri e che si impegnano affinché eventuali effetti indesiderati del consumo siano ridotti al minimo delle possibilità date. Cerco di spiegarmi: così come se mi accendo una sigaretta dopo aver fatto sesso e la passo alla mia partner, non sto immaginando di vendergli domani stecche di MS di contrabbando, ma sto solo favorendo in lei un maggior relax dopo un esperienza che ci auguriamo essere stata piacevole, eccitante e che necessita di un tempo di metabolizzazione prima che le performances degli attori si rinormalizzino, nello stesso modo quando consumo cannabis in compagnia mi avvalgo della presenza di altri per assicurarmi ed assicurare loro una migliore e più controllata esperienza, più gestibile e scevra di paranoie o altri episodi di confusione che per essere piacevoli devono comunque mantenersi al di sotto di una soglia di accettabilità personale.

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