Cos’è la “fame chimica” e come funziona?

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Col termine informale «fame chimica» si intende quella forte reazione seguente all’utilizzo di cannabis, per cui una persona avverte una incontrollabile sensazione d’appetito dopo aver fumato. Si tratta di una condizione piuttosto rinomata tra i consumatori di cannabis, tanto da essersi meritata il titolo di un interessante film italiano del 2003.

Sino ad oggi non erano state studiate le motivazioni scientifiche alla base di questo curioso riflesso: tuttavia un gruppo di ricercatori della Yale School of Medicine ha deciso di indagarne appunto le motivazioni, scoprendo come la cosiddetta «fame chimica» sia scatenata dalla stimolazione di neuroni solitamente predisposti alla fase opposta, ovvero sia alla soppressione dell’appetito.

La ricerca americana

Su “Nature” è stato pubblicato un articolo dal titolo “Hypothalamic POMC Neurons Promote Cannabinoid-Induced Feeding” che da una spiegazione in termini scientifici sul fenomeno.

Il titolo sicuramente non vi dirà nulla ma in pratica questi neuroni che sintetizzano POMC (preoppiomelancortina) se attivati dai cannabinoidi (presenti appunto nella cannabis) stimolano nell’essere umano l’appetito.

Secondo un recente studio della celebre Università di Yale, ci sarebbe un vero e proprio paradosso nel meccanismo fisiologico che scatena la fame da Thc: a provocare l’aumento di appetito sarebbe infatti un gruppo di neuroni che durante la propria normale attività ha lo scopo di suscitare effetti completamente contrari, ovvero  garantire sensazioni di sazietà al termine di un pasto. “Siamo rimasti stupiti nello scoprire che alcuni neuroni che ritenevamo inducessero il senso di sazietà risultano invece stimolati da questa sostanza, e riaccendono la fame anche a stomaco pieno. È come se il sistema cerebrale che controlla l’alimentazione venisse ingannato” ha non a caso spiegato il coordinatore del gruppo di ricerca alla Yale School of Medicine, Tamas Horvarth.

Il paradosso

Per portare a termine il proprio studio, i ricercatori hanno analizzato il funzionamento di due gruppi di neuroni fondamentali nei processi alimentari. I primi fanno parte del circuito di recettori Cb1r, detti anche cannabinoid receptor type 1: si tratta di cellule note per la loro capacità di far venir fame e che vengono attivate dalla presenza di cannabinoidi proprio come il Thc. I secondi, invece, sono detti pro-opiomelanocortina, o Pomc, ed hanno invece il compito di segnalare quando è il momento di smettere di mangiare, provocando sazietà.

Fame improvvisa

Grazie all’impiego di topi geneticamente modificati, i ricercatori hanno stimolato selettivamente i due gruppi di neuroni, constatando inaspettatamente che attivando i recettori Cb1 è aumentata l’attività di neuroni Pomc e quindi, nonostante tutto ciò avrebbe dovuto comportare senso di sazietà, gli animali hanno cominciato a mangiare anche a stomaco pieno. I ricercatori, approfondendo le loro analisi, hanno pertanto capito che quando i neuroni Pomc sono attivati dai cannabinoidi non rilasciano più le solite due sostanze (un ormone con effetto anoressizzante, cioè che spinge a smettere di mangiare, e un neurotrasmettitore chiamato beta endorfina, con proprietà analgesiche e in grado di stimolare benessere), ma solo una. E si tratta proprio della beta endorfina. In altre parole, i neuroni Pomc, quando attivati dalla cannabis, smettono di promuovere il senso di sazietà e non rilasciano più l’ormone che placa la fame. Ed ecco spiegato il mistero, sebbere ora la strada da intraprendere sia quella di nuove ricerche per approfondire gli aspetti medici di questa soluzione.

Lo studio italo-francese

Anche l’italiano Giovanni Marsicano, coordinatore di un gruppo di studio alNeurocentre Magendie di Bordeaux, è intervenuto con una ricerca sulla fame chimica, verificando però la presenza di un vero e proprio fattore olfattivo nel recettore Cb1. Questa molecola è infatti presente anche neineuroni del bulbo olfattivo, la zona del cervello che riceve gli stimoli provenienti dal naso, amplificando la sua attività e aumentando l’appetito se legato proprio al Thc. Utilizzando ancora topi come cavie, divisi in due gruppi, solo ad alcuni è stato somministrato Thc. I primi, si è osservato, avevano una sensibilità maggiore agli odori, con conseguente aumento di fame. Ma per confermare il ruolo della molecola Cb1, i ricercatori hanno poi dovuto studiare un ceppo particolare di topi nei quali il Dna era stato modificato, in modo da inibire il corretto funzionamento del proprio bulbo olfattivo. In questo modo si è constatato che i topi privi di olfatto, pur sotto effetto di Thc, non avevano alcuna voglia di mangiare.

Uso medico

In passato, altri studi hanno dimostrato che il Thc fa aumentare anche la secrezione di grelina, un ormone che stimola l’appetito. E ciò dimostra il continuo interesse delle ricerca per cogliere i veri principi della fame chimica, con conseguenti possibilità di applicazioni in medicina. In questo modo, i malati di tumore che fanno la chemioterapia potrebbero ritrovare l’appetito spesso compromesso dalle cure. E il dibattito rimane aperto, in attese delle promesse leggi mirate sul tema.

 

SUGGERIMENTI

Se i morsi della fame chimica ci aggrediscono un buon metodo è sicuramente quello di consumare solamente frutta e verdura.

Anche se consumate in grandi quantità, la frutta e la verdura non ci faranno ingrassare ma anzi, porranno fine al nostro senso di fame e ci sazieranno a dovere grazie all’altissimo contenuto in fibre e in acqua.

Un ottimo rimedio per abbassare “la fame” prodotto dall’uso di cannabis, è sicuramente quello di mangiare un qualcosa di zuccherato.

Per non ingrassare, una piccola bustina di zucchero sarà sufficiente a ridurre notevolmente l’effetto della cannabis e di conseguenza ad attenuare anche la fame.

 

 

Fonti: Informazioneinunclick CucinaItaliana

Stefano Auditore
Presidente Associazione No Profit FreeWeed Board

Nato a Cernusco sul Naviglio, il 12/02/1986

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