Progetto FreeWeed - Legalizzazione Cannabis

Cannabis Social Clubs: Legalizzazione senza Commercializzazione

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I Cannabis Social Clubs (CSC) sono organizzazioni private senza scopo di lucro (Associazioni NoProfit) in cui la cannabis è coltivata collettivamente e distribuita ai membri registrati.

Essendo senza alcun scopo di lucro, e quindi senza motivo di desiderare di aumentare il consumo di cannabis o di avviare nuovi consumatori, i clubs offrono una più cauta, e maggiormente incentrata sulla sanità pubblica, alternativa ai grandi mercati di cannabis al dettaglio dominati dalle imprese commerciali.

La crescita del modello CSC in Spagna dimostra che la legalizzazione della cannabis non deve significarne necessariamente la commercializzazione.

Come mostrano i CSC è del tutto possibile limitare la disponibilità e la promozione della cannabis mentre allo stesso tempo si rende il prodotto legalmente disponibile (e coltivabile) per i consumatori adulti.

Inoltre, le convenzioni Onu sulle droghe sono state interpretate in modo da poter consentire i Cannabis Social Clubs, sulla base del fatto che essi sono una estensione delle politiche di decriminalizzazione.

Grazie a questa interpretazione delle convenzioni Onu, il modello CSC evita molti degli ostacoli politici e diplomatici associati ai sistemi di più ampia portata di regolamentazione giuridica (legalizzazione commerciale).

Background: i CSC in Spagna

La Spagna ha a lungo perseguito un approccio relativamente tollerante sulle droghe, in particolare per la cannabis. Dopo una serie di sentenze della Corte Suprema del Paese a partire dal 1970, il possesso personale di piccole quantità di qualsiasi sostanza illecita non è considerato un reato penale.

Per quanto riguarda la cannabis, questa politica di depenalizzazione si è estesa anche alla produzione, con la legge spagnola in genere interpretata in modo da permettere la coltivazione privata della sostanza per uso personale.

Gli Attivisti hanno utilizzato sia questa disposizione sia il fatto che ‘il consumo condiviso’ di cannabis è stato generalmente tollerato dalla legge per poter sviluppare il modello CSC, attraverso il quale la cannabis viene coltivata collettivamente e distribuita ai membri per il proprio uso personale.

Il primo CSC è stato fondato nel 2001, e gli esperti legali hanno identificato diversi criteri che i club devono necessariamente soddisfare per rispettare i precedenti stabiliti nella giurisprudenza.

 

Le Regole Basilari di un Cannabis Social Club

  • Il CSC deve iscriversi in un registro regionale delle associazioni, con i membri fondatori soggetti a controlli legali. Le Associazioni sono definite come ‘un gruppo di persone che aderiscono a un accordo, al fine di raggiungere un obiettivo comune con un motivo non-profit, indipendente (almeno formalmente) da parte del governo, della pubblica amministrazione, i partiti politici e dalle aziende.
  • Il CSC deve cercare di ridurre i danni associati con la fornitura e l’uso di cannabis – ad esempio, la promozione di un consumo responsabile.
  • Il CSC ed i suoi locali devono essere chiusi al pubblico, con l’adesione (se il CSC decide di aprire le adesioni) concessa solo dopo l’invito da un utente che possa garantire che la persona che chiede di aderire sia già un consumatore di cannabis. In alternativa, i potenziali soci possono partecipare se hanno un certificato medico che conferma che soffrono di una malattia che può essere trattata con la cannabis, senza alcun tipo di presentazione da parte di altri membri.
  • Il CSC deve limitare la quantità di cannabis consumata entro i limiti che devono essere applicati. In media al giorno vengono concessi per un uso personale una quantità di circa tre grammi per persona, limiti impostati in modo da ridurre la probabilità che la cannabis possa essere dirottata per la vendita sul mercato illecito. Inoltre la quantità di cannabis da coltivare è calcolata sulla base del numero dei componenti previsti e dei livelli di consumo precedentemente calcolati.
  • La Cannabis distribuita dai club deve essere più o meno per un immediato consumo. Piccole quantità sono spesso permesse per essere portate via per l’uso off-site, ma l’obiettivo generale è quello di promuovere in programma l’uso non impulsivo e ridurre al minimo il rischio di fornitura di un membro per la rivendita sul mercato illegale o dirottato verso un non –membro.
  • I club devono essere eseguiti su base non-profit. I membri pagano le quote per coprire i costi di produzione e di gestione, ma tutte le entrate generate vengono reinvestite nelle loro operazioni. Inoltre i club pagano affitto, tasse, tasse di sicurezza sociale dei dipendenti, sul reddito delle società, ed in alcuni casi l’IVA (al 21%).

Anche se devono operare in linea con questi criteri, i club sono effettivamente auto-regolati.

Seguono sia i propri codici di condotta volontari o, più spesso, quelli stabiliti dalle federazioni regionali dei club. A livello europeo il codice di condotta è stato creato anche dalla Coalizione Europea per Giuste ed Efficaci Politiche sulle Droghe (ENCOD).

 

La diffusione del modello cannabis social club

Il numero totale di CSC in Spagna è difficile da stimare con precisione, dato che molti club non rimangono in funzione per molto a lungo ed alcuni sono a circolo chiuso e non dichiarati.

Tuttavia, si pensa siano circa 400 i CSC o associazioni simili in Spagna,  la maggior parte delle quali si trovano in Catalogna e nel Paese Basco. Al di là della Spagna alcune altre giurisdizioni ora permettono (o almeno tollerano) questi club. Il Belgio ha anche cinque CSC, mentre il governo locale di Utrecht, nei Paesi Bassi, sta tentando di stabilire un club come mezzo per risolvere il cosiddetto ‘problema back-door’ di illegalità, per la fornitura regolamentata ai coffeeshop della cannabis in città. Il cantone svizzero di Ginevra, ha inoltre istituito una commissione per esplorare la possibilità di creare associazioni di consumatori di cannabis simile ai CSC della Spagna.

I vantaggi di un approccio non commerciale

In un mercato commerciale l’obiettivo primario dei produttori di cannabis e dei fornitori di solito è di generare i profitti più alti possibile. Questo è più facilmente ottenuto ottimizzando i consumi, sia nella popolazione totale e pro capite, ed incoraggiando l’avvio di nuovi consumatori. I problemi di salute pubblica saranno solamente una preoccupazione quando minacceranno di influenzare le vendite.

E’ quindi fondamentale progettare e ragionare su di un sistema di regolamentazione che elimini o almeno riduca al minimo gli sforzi, motivati dal profitto, ​​che aumentino o avviino all’uso.

Il modello dei CSC – così come altre alternative, però più complesse  – incontra questo obiettivo.

In particolare il sistema di appartenenza e distribuzione relativamente chiuso e la cultura di un utilizzo immediato che trasmettono i CSC aiutano a limitare la disponibilità e ridurre il potenziale di nuovi (e in genere tra i giovani)  consumatori  e limitare dunque l’uso della cannabis realmente.

I CSC hanno l’ulteriore vantaggio di (almeno finora) non attirare le critiche di uno degli organismi primari di controllo della droga, l’INCB e l’UNODC.

Il discorso che essi vengono trattati come una estensione delle politiche di decriminalizzazione della cannabis e del suo già decriminalizzato uso personale, afferma inoltre che i CSC possono porsi come una semplice (e più prudente) alternativa ai mercati globali della cannabis al dettaglio che invece violerebbero impegni derivanti da trattati o che dovrebbero richiedere la riforma degli stessi.

Il modello CSC potrebbe essere inoltre un modello di transizione che aiuti a stabilire nuove norme sociali sane intorno al consumo di cannabis, in anticipo sulle misure di regolarizzazione di ampia portata del futuro. Nello stesso modo il modello CSC potrebbe essere l’unica forma giuridica di fornitura di cannabis, o operare in parallelo con i mercati di cannabis al dettaglio regolamentati, una volta che essi siano stati stabiliti. Quest’ultimo approccio è stato impiegato in Uruguay.

La tensione tra regolamentazione e commercializzazione nei CSC

Anche se creare un CSC a scopo di lucro è tecnicamente un crimine, la proliferazione dei club in Spagna ha portato a preoccupazioni che alcuni si allontanino dalla filosofia di base non commerciale in cui sono stati fondati.

Alcuni club, in particolare quelli a Barcellona, ​​sono cresciuti a tal punto che ora hanno migliaia di membri, soprattutto per via del fatto che alcuni club hanno adottato politiche di appartenenza meno rigorose ed ammettendo turisti casuali.

Una Regolamentazione formale dei CSC sarebbe la salvaguardia contro la possibilità di un eccesso di commercializzazione, e molti club stanno da tempo chiedendo un maggiore controllo delle loro operazioni. Questa aspirazione sta diventando una realtà in alcune parti della Spagna: nel 2014, sia il parlamento della regione Navarra sia la città di San Sebastián nel paese basco hanno votato la licenza formale e regolamentato i CSC, sulla base dei codici di condotta volontari che i club hanno seguito fino ad ora.

Mentre molti CSC in tutta la Spagna sono ancora oggetto di incursioni e di indagini da parte della polizia, iniziative regionali come queste dovrebbero fornire una più solida base giuridica per le operazioni dei clubs.

Ottenere il giusto equilibrio nel modello CSC

Vi è, tuttavia, la necessità di trovare il giusto equilibrio: se il sistema dei club è troppo restrittivo, di conseguenza i consumatori semplicemente si rivolgono al commercio illegale, e ciò equivale a dire che uno dei principali obiettivi della legalizzazione – cioè ridurre le dimensioni del mercato criminale – non sarà soddisfatto. Potrebbe quindi essere necessario alleggerire forse i criteri per l’appartenenza al club accettando gli adulti che non sono già consumatori di cannabis; questo potrebbe essere un ovvio punto di partenza. Ma non esiste una soluzione perfetta. E’ una questione di bilanciamento delle priorità, vedendo ciò che funziona, e prendendo responsabili scelte, stabilite sulla base di una valutazione permanente dei vantaggi e degli svantaggi. In altre parole, si richiede un razionale approccio pragmatico – cosa che non è stata una caratteristica delle politiche di divieto delle droghe finora attuate, necessitando una svolta sotto questo punto di vista.

Articolo Originale di George Murkin – Fonte: TDPF.ORG

Stefano Auditore
Presidente Associazione No Profit FreeWeed Board

Nato a Cernusco sul Naviglio, il 12/02/1986

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Commenti

One Response so far.

  1. Fabio Fiamoi ha detto:
    Scusate non volevo tanto discuter ma sostengo la causa l ‘erba deve esser libera. .
     

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