Progetto FreeWeed - Legalizzazione Cannabis

La Cannabis come Medicinale, Articolo del Dr. Lester Grinspoon

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“Primum non nocere”

di Lester Grinspoon M.D.

Come tutti coloro che da decenni si adoperano affinché la marijuana, con tutto ciò che ha da offrire, possa prendere il giusto posto nelle nostre vite, sono rincuorato dalla crescente rapidità con cui essa viene vista come medicina sicura e versatile.  Oltre al sollievo che essa è in grado di dare a molti pazienti con un ampio spettro di sintomi e sindromi (spesso ad un prezzo più basso rispetto alle medicine tradizionali, sia in termini di costi, sia di tossicità), essa offre a tali pazienti, a chi li cura e alle persone loro vicine, la possibilità di vedere quanto sia utile e inoffensiva.  La sua propaganda è stata lunga e difficile, ma credo che sia oramai convinzione comune (eccetto per il governo degli Stati Uniti) che la marijuana debba essere vista come una medicina.  A differenza della maggior parte delle medicine moderne, la dimostrazione che la marijuana possa essere considerata una medicina è aneddotica.  Fin dalla metà degli anni ’60, tutte le medicine nuove sono state approvate a seguito di accurati e approfonditi studi in doppio cieco. La marijuana avrebbe seguito lo stesso percorso, se non fosse stata inserita nella Tabella 1 del Controlled Substances Act del 1970, rendendo impossibile lo svolgimento degli studi richiesti per l’approvazione da parte della Food and Drug Administration.  Oggi viene data molta meno importanza alla dimostrazione aneddotica, anche se essa resta la fonte di gran parte delle nostre conoscenze relative a medicine sintetiche e derivati delle piante.  Non sono stati necessari esperimenti controllati per riconoscere il potere terapeutico di sostanze come l’idrato di cloralio, i barbiturici, l’aspirina, il curaro, insulina o la penicillina.  Ed esistono molti altri esempi, anche più recenti, che attestano il valore delle dimostrazioni aneddotiche.  In questo modo è stata scoperta l’utilità del propanolo nella cura dell’angina e dell’ipertensione, del diazepam per lo stato epilettico (uno stato di crisi continuativa) e dell’imipramina nell’enuresi dei bambini, anche se l’uso di queste medicine fu originariamente approvato per altri scopi.

 

Oggigiorno, il consiglio di usare marijuana per trattare determinati sintomi, dietro prescrizione medica o meno, si basa quasi interamente sulla dimostrazione aneddotica.  Per esempio, consideriamo il caso di un paziente affetto da malattia di Crohn, che non trae sollievo dall’uso di medicine convenzionali (o anche da eventuali interventi chirurgici) e soffre di crampi, diarrea e perdita di peso.  Se il suo medico è una persona attenta alle proprietà della cannabis, che si documenta leggendo anche la letteratura aneddotica, che ne suggerisce l’uso per trattare questa sindrome, egli non esiterà a raccomandare al proprio paziente di provare ad utilizzare la marijuana. Egli potrebbe dire, “Ascolta, non posso essere certo che questo possa aiutarti, ma oramai è stato ampiamente provato che la marijuana può essere molto utile nel trattamento dei sintomi di questa malattia e, se ne farai un uso corretto, non ti darà alcun problema; quindi ti suggerisco di provare; se funziona, bene — – se non funziona, sicuramente non ti avrà fatto alcun danno.”  Se questo consiglio viene seguito e funziona, il paziente riferirà che l’uso della medicina ha alleviato i sintomi, permettendogli di recuperare peso; in caso contrario, riferirà che non ha funzionato per lui, ma che non si sente né meglio né peggio di prima che provasse ad assumere la marijuana. Negli stati in cui l’uso medicinale della marijuana è permesso, questo tipo di esperienza è abbastanza comune. Dato che la marijuana è molto più benigna rispetto alle medicine convenzionali con le quali compete, molti medici ben informati non esitano a consigliare ai propri pazienti di provarla.

 

Uno dei problemi relativi all’accettazione di una medicina con un profilo di tossicità più basso rispetto alla maggior parte delle medicine correnti, sulla base della sola dimostrazione aneddotica, è che essa corre il rischio di essere “sovra-venduta”.  Attualmente, ad esempio, viene consigliata per molti tipi di dolori, per alcuni dei quali le sue proprietà analgesiche non sono specifiche.  Ciononostante, un tentativo di uso di marijuana per un caso aspecifico non rappresenta un problema grave; al massimo, paziente e medico imparano che questo analgesico a bassa tossicità non funziona per quel tipo di affezione.  Sfortunatamente questo tipo di esperienza empirica non è sempre benigna.

 

Nell’edizione di gennaio dell’High Times, Steve Hager ha pubblicato un articolo intitolato “Rick Simpson’s Hemp-Oil Medicine” (L’olio medicinale di canapa di Rick Simpson), nel quale decanta le proprietà curative nei confronti dei tumori di una forma concentrata di marijuana prodotta da un canadese e battezzata “olio di canapa”  Sfortunatamente, la dimostrazione aneddotica delle proprietà curative in ambito tumorale è poco convincente e questo solleva una questione morale molto seria.

 

Simpson, che non possiede una formazione scientifica o medica (lasciò la scuola dopo la terza media), non richiede che un candidato ad essere sottoposto al suo trattamento disponga di una diagnosi stabilita di una forma specifica di tumore, normalmente fornita da biopsia, esame istologico o della massa grassa, evidenze radiologiche o cliniche.  Egli si fida di ciò che i suoi “pazienti” gli dicono.  Inoltre, dopo avere avviato la cura con l’”olio di canapa”, non viene proposto alcun controllo successivo; egli sembra limitarsi al fatto che i “pazienti” siano convinti di essere stati curati.  Secondo Hager, egli sostiene una percentuale di cura pari al 70%.  Ma 70% di cosa?  Davvero tutte le persone che egli “tratta” con l’olio medicinale di canapa sono affette da tumori clinicamente accertati e documentati? Oppure egli cura i sintomi, o una serie di sintomi, che lui o i pazienti hanno concluso debbano indicare la presenza di un tumore?  Inoltre, qual’è la natura e la durata dell’effetto conseguente alla cura, che gli permette di sostenere una percentuale di cura del 70%.  Infine, questa popolazione di “pazienti affetti da tumore” include anche coloro che sono già stati trattati con terapie (come chirurgia, radioterapia o chemioterapia) il cui successo nella cura di determinati tumori è stata dimostrata o che sono in grado di arrestare l’avanzamento della malattia, a volte anche per tempi molto lunghi?

 

Esistono pazienti con una diagnosi pre-sintomatica di tumore (come nel caso di forme precoci di tumore alla prostata) ma che, per una ragione o un’altra, rifuggono un trattamento allopatico e cercano disperatamente altri approcci.  Questi pazienti sono anche troppo entusiasti di conclamare che un nuovo trattamento, come il trattamento con olio medicinale di canapa, ha curato il loro tumore.  Sfortunatamente, simili tumori, che erano asintomatici al momento della loro scoperta, possono diventare sintomatici e, quando lo diventano, le possibilità di cura si sono sensibilmente ridotte, se non diventano addirittura un’utopia.

 

Ho imparato questa lezione nel primo periodo della mia carriera di medico, quando facevo ricerche in ambito tumorale e la Società Ametricana per la Ricerca sul Cancro mi chiese di prendere parte all’indagine su un’erba ritenuta avere proprietà curative verso i tumori da parte di un uomo del Texas che ne aveva appreso i segreti da suo nonno.  Riuscii a reperire due donne affette da un ben documentato cancro alla cervice (asintomatico) in stadio precoce, che si erano rifiutate di sottoporsi ad intervento chirurgico e che, invece, scelsero di andare in Texas per assumere la “medicina”.  Quando le conobbi la prima volta, alcuni mesi dopo che avevano assunto la “cura”, erano entrambe certe di essere guarite dal male.  Con notevole sforzo le convinsi a sottoporsi ad una nuova biopsia da parte della nostra unità chirurgica ed entrambe rivelarono un avanzamento del processo patologico, rispetto alle biopsie iniziali.  Entrambe furono convinte a sottoporsi all’intervento chirurgico che avevano inizialmente rifiutato, e non vi è dubbio alcuno che questo salvò loro la vita.

 

Oramai non ci sono più dubbi che la cannabis possa giocare dei ruoli non curativi nel trattamento di queste malattie, essendo spesso somministrata con successo a pazienti che soffrono di nausea, anoressia, depressione, ansia, dolore e insonnia.  Tuttavia, anche se gli studi sugli animali stanno dimostrando sempre più la sua capacità di ridurre le cellule tumorali e di fornire altri apporti positivi per la salute in determinate forme di tumore, attualmente non è stato dimostrato che essa possa curare qualcuna delle tante forme diverse di tumore.  Sono convinto che arriverà il giorno in cui verrà dimostrato che la cannabis o alcuni derivati dei cannabinoidi hanno proprietà curative nell’ambito tumorale, ma nel frattempo dobbiamo fare molta attenzione a cosa promettiamo ai pazienti affetti da cancro.

 

 


Il Dott. Lester Grinspoon è Professore Associato Emerito di Psichiatria alla Scuola di Medicina di Harvard.
 Il dott. Girinspoon, oggi uno dei più rispettati e indiscussi proponenti della cannabis, aveva originariamente cercato di dimostrare che la cannabis era una droga dannosa.
Nel 1967 egli diede inizio alle ricerche per definire scientificamente i danni della marijuana. I suoi studi lo portarono a conclusioni sorprendenti, opposte alla sua ipotesi.
La cannabis non era la droga pericolosa che lui, ed il pubblico in generale, era portato a credere che fosse.
Stefano Auditore
Presidente Associazione No Profit FreeWeed Board

Nato a Cernusco sul Naviglio, il 12/02/1986

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