La legalizzazione delle “droghe” può risolvere tutti i problemi?

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Articolo di Peter Sarosi, Traduzione a cura di Daniela Daniele

 

La regolamentazione giuridica delle sostanze è più efficace e giusta del proibizionismo.

Ma davvero può risolvere tutti i problemi? No, se non c’è giustizia sociale.

“Fermate la guerra alle droghe e legalizzatele!”. Sempre più persone si identificano con questo messaggio. Io sono un forte sostenitore della necessità di una riforma delle politiche sugli stupefacenti. Ritengo infatti che sia immorale punire qualcuno perché fa uso di sostanze. Sono convinto che un mercato legale e regolamentato, a seconda di ogni specifico tipo di droga e dei rischi correlati, abbia molti più benefici per l’umanità che non il mercato nero.

Non mi piace il proibizionismo perché offre una soluzione ipersemplicistica ad un problema complesso.




Eppure, io ritengo che il presupposto per cui la legalizzazione delle droghe risolverebbe ogni problema sia allo stesso modo ipersemplicistico.

Non mi fraintendete, molti problemi che incontriamo in questo campo sono direttamente collegati alla guerra alle droghe, per esempio l’affollamento delle carceri, le infezioni, l’overdose e il crimine organizzato. Il mercato nero delle droghe è come una bestia nutrita ed ingrassata dagli sforzi che si fanno per reprimerlo. La legalizzazione delle droghe invece farebbe morire di fame quella bestia.

Ma la semplice legalizzazione non ucciderebbe tutte le bestie.

Ci sono predatori ancora più grandi che spesso si nascondono nell’ombra e stanno in agguato in cerca di prede.

Sono la povertà, il razzismo, la violenza domestica, il vagabondaggio, la disoccupazione, l’intolleranza, la corruzione, la disuguaglianza e via dicendo. Senza queste bestie, le politiche repressive non potrebbero mai prevalere in prima istanza.

La guerra alle droghe è uno strumento istituzionale usato da coloro che hanno potere e soldi per disciplinare e reprimere quelli che potere e soldi non ne hanno.

Perché? Per ottenere più soldi e potere.

Non è un caso che gli emarginati che vivono in povertà siano quelli che soffrono di più i danni derivanti dalle droghe – e dalla guerra alle droghe.




Sono questi gli individui che riempiono le prigioni, ma che non hanno alcun accesso al servizio sanitario di base. Sono loro che contraggono l’epatite C e l’HIV e che muoiono di overdose e di AIDS a livelli molto maggiori rispetto a chi fa uso di droghe ma appartiene alla classe media ben integrata nella società.

In molti paesi essi vengono incarcerati, torturati, uccisi e detenuti in strutture di rieducazione (boot camp significa anche campi di addestramento). Mentre i ricchi sniffano cocaina, evitano i processi ed hanno accesso a lussuosi centri di riabilitazione, i poveri si iniettano metanfetamina, fumano crack e vanno in galera, specie se non sono bianchi.

Le vittime degli squadroni della morte di Duterte, dei cartelli della droga messicani o delle esecuzioni nel Sud Est asiatico sono tutte prevalentemente povere.

Le ineguaglianze si manifestano persino nello stesso mercato della droga: i boss criminali, i banchieri e i politici corrotti – la maggior parte dei quali sono ricchi e di razza bianca – traggono grandi benefici dallo sfruttamento dei contadini poveri e dei consumatori, su entrambi i lati del mercato illegale.

Le due bestie della disuguaglianza sociale e della discriminazione razziale traggono nutrimento dal proibizionismo e, purtroppo, riusciranno a sopravvivergli.

Quando il mercato della cannabis viene regolamentato negli USA, sono di nuovo i ricchi a trarre profitto della coltivazione e della distribuzione del prodotto.

Le comunità povere, devastate dalla guerra alle droghe, rimangono marginalizzate ed escluse.

La guerra alle droghe è solo una manifestazione di una più grande ingiustizia sociale.

Mettervi semplicemente fine non fermerà quelle forze sotterranee che l’hanno alimentata per decenni.

Per questo motivo, il movimento per la riforma delle politiche sulle droghe non si può ridurre a movimento per la legalizzazione, come i suoi opponenti spesso lo etichettano.

Questo movimento è molto di più che semplice legalizzazione. Noi riconosciamo e promuoviamo la regolamentazione per legge, ma non combattiamo affinchè una piccola elite tragga profitto dalle droghe legali.

Il nostro movimento è innanzitutto un movimento per la libertà e la giustizia sociale.

Noi combattiamo per una politica delle droghe che protegga il debole dal potente, che salvaguardi i diritti dei consumatori dalle compagnie che cercano solo il profitto, e che restituisca autostima a coloro che vengono stigmatizzati.

Oltre alla legalizzazione, la riforma della politica sulle droghe deve promuovere sforzi per metter fine allo sfruttamento dei coltivatori nei paesi produttori, investire in programmi di sviluppo e garantire che ci sia un’equa partecipazione agli utili derivanti dalle droghe legali.

La riforma della politica sulle droghe deve andare di pari passo con interventi che affrontino il problema del razzismo istituzionale, del sessismo e della discriminazione, non soltanto nel sistema della giustizia criminale ma anche nella sanità pubblica e nella previdenza sociale.

Dobbiamo fermare la segregazione residenziale ed educativa e offrire abitazioni decenti e lavoro a chi fa uso di droghe nei quartieri poveri.

Dobbiamo dare accesso alle cure e ai programmi di riduzione del danno, in base all’età, al sesso e all’orientamento sessuale.

Dobbiamo coinvolgere le comunità emarginate per far sì che prendano decisioni su loro stesse e mobilitarle affinchè godano degli stessi diritti di tutti.




Alla fine della sua vita, Martin Luther King si rese conto che la semplice abolizione della segregazione legale e l’adozione di leggi per proteggere i diritti civili non avrebbe messo fine all’oppressione dei neri.

Lui lavorò senza sosta per espandere il movimento per i diritti civili in un movimento per la giustizia economica, al fine di eliminare la povertà.

Allo stesso modo, il nostro movimento per la riforma della politica sulle droghe non si esaurisce nella legalizzazione. Essa è solo un passo necessario, ma non sufficiente, per riformare le politiche sulle droghe e per creare un ambiente sociale dove i benefici e i rischi dell’uso di droghe siano equamente distribuiti.

 

Peter Sarosi

 

Articolo di Peter Sarosi, Traduzione a cura di Daniela Daniele

 

Stefano Auditore
Presidente Associazione No Profit FreeWeed Board

Nato a Cernusco sul Naviglio, il 12/02/1986

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