L’eterozigotismo della cannabis

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La coltivazione della cannabis in regime di proibizionismo ha portato come conseguenza il fatto che i coltivatori, non potendo sperimentare e trovare liberamente le varietà di cannabis più adatte per le proprie esigenze, si siano sempre più affidati a ditte produttrici di sementi, per avere piante affidabili, con tempi di crescita/maturazione, quantità di raccolto e altre caratteristiche il più possibile uniformi. La coltivazione su scala “hobbistica” non lascia spazio alla sperimentazione, e da ogni raccolto bisogna trarre il massimo profitto possibile perché questo è ciò che il mercato insegna.

Questi semi produrranno quasi tutti piante di genere femminile, ma saranno pochi e non sempre le loro madri avranno il tempo di maturarli a dovere.Questo, per le case produttrici di sementi ha portato ad una situazione in cui, per facilitare il lavoro del coltivatore alle prime armi, si offrono semi “femminizzati”: semi che, se piantati, daranno vita ad individui esclusivamente di sesso femminile. Un vantaggio apparente per il coltivatore, che sarà sicuro del sesso delle sue piante, ma uno svantaggio per la pianta stessa, perché privata di metà del suo possibile patrimonio genetico. Per avere semi femminizzati si fanno produrre fiori maschili ad una pianta che è una femmina, e si impollinano poi vere femmine con questo polline. In natura questo processo a volte avviene quando una femmina vigorosa e non impollinata, al termine della sua fioritura ha ancora energie e si accorge che, sebbene in una situazione favorevole, non può lasciare cadere i suoi semi. Allora, in uno sforzo finale, produce un poco di fiori maschili e si autoimpollina, per produrre semi e  lasciar cadere la sua progenie dove avrà buone probabilità di successo. Se è diventata maschio prima, in seguito a stress, lo ha fatto per rilasciare il suo polline al vento, sperando possa arrivare in ambienti migliori.

Per avere tanti semi “femminizzati” da far fronte alle esigenze di mercato, le ditte utilizzano metodi drastici per far produrre alle femmine molti fiori maschili, nel pieno della fioritura. In genere argento tiosolfato, gibberelline o altri composti chimici che provocano uno stress così grande alle piante, che queste cambiano sesso. Ecco, su questo sono profondamente contrario: fare stare male le piante destinate alla riproduzione. Se vogliamo delle piante che ci facciano star bene, dobbiamo fare in modo che loro stiano al meglio. È una questione di rispetto verso un essere vivente. Rispetto e amore, non dominio, per poter essere ricambiati.

Il processo di femminizzazione inoltre si fa quasi sempre fra talee della stessa pianta, con alcune lasciate femmine e altre a cui è stato fatto cambiare il sesso. In questo modo si dimezza il patrimonio genetico delle piante risultanti, figlie della stessa, madre e padre contemporaneamente. La cannabis in natura è infatti eterozigote. Stando alla definizione di Wikipedia, in genetica, “si definisce eterozigosi, in contrapposizione all’omozigosi, la condizione genetica di una cellula o di un organismo costituita dalla presenza di una coppia di alleli diversi per un dato gene; gli alleli occupano gli stessi loci sui cromosomi omologhi corrispondenti. In generale gli alleli possono essere dominanti, indicati solitamente da lettere maiuscole; o recessivi, indicati da lettere minuscole. Pertanto l’individuo diploide eterozigote sarà del tipo Aa. Il fenotipo dell’individuo eterozigote è determinato dall’allele dominante, esso è quindi fenotipicamente uguale all’omozigote dominante.

Essendo ciascun individuo composto da cellule contenenti tutte lo stesso patrimonio genetico, l’eterozigosi si riferisce sia all’individuo nel complesso sia alle cellule che lo compongono. Gregor Mendel indicava gli individui eterozigoti con il termine ibrido”. Ciò significa che su ogni gene del suo DNA ci sono una coppia di alleli diversi. Significa che in ogni diversa condizione la pianta potrà scegliere la migliore espressione di un suo  particolare carattere. Per “migliore” qui la pianta intende quella più funzionale alla sua sopravvivenza e riproduzione. Se noi limitiamo questa capacità, la risposta potrà essere solo univoca.

Le ditte produttrici offrono (devono offrire) semi che daranno piante il più possibile omozigote, che potranno garantire uniformità di individui. Ma al variare delle condizioni ambientali le risposte di queste piante non potranno modificarsi, e le rese saranno ottimali soltanto con condizioni di crescita identiche alle madri. Tutti, o perlomeno la grande maggioranza dei produttori di semi, producono nuovi strain selezionando una madre e un padre per la produzione di semi, facendo impollinare cloni della stessa madre. Così i caratteri desiderati saranno mantenuti più facilmente, ma ci sarà una limitazione genetica notevole ed una perdita di vigore anche in un seme nato da un clone rispetto ad uno prodotto da una pianta nata da seme. In più, difficilmente l’ibrido ottenuto sarà stabile. Per creare varietà stabili, bisognerebbe lavorare con il più grande numero possibile di individui e selezionare i migliori (quelli che presentano i caratteri desiderati e contemporaneamente i più forti) per la riproduzione. È un lavoro più lungo, più difficile, che permette sì la scelta dei tratti genetici desiderati in molti individui simili, ma con altri caratteri diversi tra loro, la cui riproduzione permetterà la migliore espressione in ambienti e microclimi differenti.

Alla femmina di cannabis piace essere fecondata da più maschi diversi, per poter esprimere tutto il suo potenziale, ricombinando i suoi geni in modi diversi per far sì che per ogni ambiente possa uscire una combinazione ottimale per la sua sopravvivenza. Poi, proprio perché sopravviveranno gli individui con i caratteri più adatti a quel particolare microclima, si potrà creare una nuova varietà (cultivar), con piante che mostrano caratteri simili, ma comunque diverse fra loro individualmente. I caratteri mostrati saranno quelli generalmente dominanti nella prima generazione, e si evidenzieranno quelli recessivi nelle generazioni seguenti per la pressione ambientale. Dopo poche generazioni (circa 5-6) le piante, se lasciate libere di riprodursi, mostreranno una notevole uniformità di caratteri, funzionali al loro ambiente. Queste piante, se esposte a condizioni diverse, saranno ancora eterozigote, e riusciranno a cambiare alcune delle loro espressioni per adattarsi al cambiamento. Se omozigote le loro risposte non potranno cambiare, e spesso avranno notevoli problemi di adattamento. La biodiversità è la chiave per la sopravvivenza. Se la limitiamo avremo risultati nell’immediato, ma che alla lunga si tramuteranno in una riduzione della capacità delle piante, e dovremo lottare sempre più per portarle a rendimenti ottimali (vedi le colture industriali).

La canapa quindi è una coltura “allogama”: si feconda volentieri con individui che possiedono tratti genetici diversi. Le colture allogame mostrano di solito una maggiore debolezza (e la fuoriuscita di caratteri recessivi e non desiderati) quando le piante vengono incrociate con sé stesse e/o con consanguinee rispetto alle colture autogame (che si autofecondano, o che vengono fecondate da individui con tratti genetici uguali, in natura). Questa debolezza, chiamata “depressione da selezione”, si manifesta negli individui di cannabis autofecondata e/o femminizzata già dopo la prima riproduzione, se si fanno produrre semi a queste piante.

Voglio poi rispondere qui a quelli che hanno espresso dubbi per il fatto che, nel filmato “Strain Hunters India Expedition”, si vedono semi di piante femminizzate portate in Himalaya. I dubbi si riferiscono al fatto che queste piante potrebbero contaminare il patrimonio genetico di quelle esistenti. A parte il fatto che sono pochi individui di fronte a milioni, la progenie di questi individui sopravviverà solo se in grado di essere vincente sull’ambiente circostante. E credetemi, ho visto veramente poche piante abituate ad altri climi adattarsi subito in climi estremi (3000 mt.). E sarà vincente soltanto se saprà mostrare gli stessi caratteri delle piante presenti. Ho visto portare quintali di semi di piante diverse, cresciute in ambienti più miti, e dopo 2-3 anni le progenie di queste piante sono irriconoscibili dalle locali, perché si riprodurranno solo quelle che riusciranno a competere con successo con l’ambiente. Le piante locali sono tutte diverse l’una dall’altra, da nane a giganti, di tutti i colori e le combinazioni di colori possibili, da piene di resina a quasi spoglie, alte di THC o alte di CBD, o di entrambi, ma sempre riconoscibili come “quelle” piante, diverse da quelle di un’altra zona, come i sardi sono diversi e riconoscibili dagli altoatesini, ma diversi fra loro.

La contaminazione in un ambiente può avvenire se si introduce una specie vivente, vegetale o animale, non presente prima in quell’ambiente stesso. Se la nuova specie non ha nemici naturali, si può propagare senza controllo e diventare un pericolo per l’equilibrio dell’ecosistema. Ma se sono individui di un’altra razza appartenenti a una specie già presente e perfettamente ambientata, i danni saranno praticamente inesistenti, e, se ci può essere qualche contaminazione, questa sarà locale e limitata alle prime generazioni. Dalla terza generazione in poi, se qualcosa sarà sopravvissuto, saranno ormai dominanti i geni locali e al massimo qualche individuo potrà avere qualche gene nuovo.

Il rafforzamento genetico è necessario per la conservazione di ogni specie, e la canapa lo realizza proprio volendo essere eterozigote. Non esistono, in natura, popolazioni di cannabis con tutti i caratteri omozigoti. Non esistono in natura piante di cannabis IBL. E non è giusto forzare la canapa ad esserlo, se non per ricerca. Capisco che il mercato richieda la maggiore uniformità possibile per una presentazione commerciale o per una preparazione erboristica (non lasciamo un’erba medicinale in mano alle multinazionali farmaceutiche, per favore!), ma il piacere diverso che può regalarci ogni singolo individuo, anche dello stesso strain, è sicuramente più vario e ampio rispetto ad un raccolto tutto uguale ed uniforme.

E vediamo bene le differenze: nelle terre dove la stagione di crescita e fioritura è corta, e fa freddo presto, la cannabis rimane nana, comincia a fiorire dopo pochi giorni dalla nascita e sfrutta le lunghe giornate di sole per accumulare energia per maturare il seme (per lei la cosa più importante è potersi riprodurre), e non le importa della lunghezza del giorno. Nei climi temperati, con inverni freddi ed estati calde, la risposta delle piante è progressivamente diversa e dipende sempre più non tanto dalla temperatura, quasi sempre sufficiente alla crescita e riproduzione per un periodo discretamente lungo, ma dalla differente lunghezza del giorno e della notte: in questi climi l’aumento del periodo di luce corrisponde ad un aumento della temperatura, e viceversa. In questi climi, negli stessi periodi, si ha prima la crescita, poi la fioritura della cannabis, che spesso raggiunge anche dimensioni ragguardevoli, fino a diversi metri di altezza. Nei climi tropicali/equatoriali, dove la temperatura e le ore di luce sono abbastanza costanti l’entrata in fioritura delle piante è regolata più dalle condizioni stagionali di secco/pioggie, in cui la stagione piovosa coincide con la crescita e quella più secca con la fioritura. In queste regioni, dove le piante possono anche arrivare quasi ad un anno di vita, e a volte superarlo, si possono trovare veri “alberi”.Qualcuno mi dirà che sono pazzo a parlare di “intelligenza” per una pianta, ma qui mi sembra proprio si possa definire “intelligenza genetica” il modo di riproduzione della canapa, che affida il polline di individui diversi e in tempi diversi da individuo a individuo, anche della stessa varietà, al vento, sperando che una femmina in un luogo fertile lo possa accogliere, e possa accoglierne diversi in tempi diversi. Significa che la canapa è una pianta che vuole continuamente ibridarsi e continuamente rinnovare il suo corredo genetico. E questo le serve per poter avere tante possibilità di adattamento in tante condizioni diverse. Infatti troviamo piante di cannabis dalla Siberia all’Equatore, e da qui alla Terra del Fuoco. Solo sapendo cambiare le proprie risposte all’ambiente, quindi solo potendo scegliere fra possibilità di espressione diversa la canapa si è riuscita a adattare a tutti i climi.

Anche la produzione di cannabinoidi cambia, da quasi nulla e praticamente solo CBD (cito solo i principali 2) nelle piante di ruderalis (le landraces dei climi freddi) ad una progressivo aumento prima del CBD, poi del THC man mano che la stagione (della possibile vita delle piante) si allunga ed il clima si riscalda; fino ad una alta produzione di solo THC nei climi dove è possibile una stagione molto lunga…

Hanno cominciato a mappare il genoma della cannabis. Ci saranno da decodificare miliardi di informazioni diverse e di sicuro ci saranno scoperte importanti. Intanto cerchiamo di voler bene a – e di far capire che non è da odiare – una pianta che cerca di darci tutto il bene possibile.

 

Fonte: Cannabis.info

Stefano Auditore
Presidente Associazione No Profit FreeWeed Board

Nato a Cernusco sul Naviglio, il 12/02/1986

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