L’intervista di Assonabis per Fuoriluogo: lo storico leader antiproibizionista Martin Barriuso parla dei CSC in Spagna

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Riportiamo dal sito di Fuoriluogo.it l’intervista dei nostri amici di Assonabis a Martin Barriuso sulla situazione dei Cannabis Social Clubs in Spagna.

Il corrispondente dalla Spagna Alessandro Oria, Presidente di Assonabis, ha intervistato Martin Barriuso, storico leader antiproibizionista spagnolo, fra i creatori del movimento dei Cannabis Social Club nel paese iberico e fondatore della storica Federazione della Associazioni Cannabiche (FAC).

Nel dicembre 2015 la cosiddetta “sentenza Pannagh” del Tribunale Supremo spagnolo (equivalente alla nostra Corte di Cassazione) sembrò sul punto di spazzare via l’intero modello di lotte sociali e avanzamento dei diritti compendiato nella locuzione Cannabis Social Club.
Nella sentenza, che trasformava in giurisprudenza il repentino rovesciamento di opinione della Corte sul fenomeno CSC, si colpiva duramente l’associazione più emblematica del movimento e sua punta di lancia: la seminale Pannagh Elkartea di Bilbao, con pesanti condanne a membri della giunta e lavoratori.




Un anno e mezzo è trascorso da quell’infausto giorno dicembrino, e delle novità registratesi, e ancor più della situazione attuale e prospettive dei CSC e della lotta cannabica, parliamo direttamente con Martin Barriuso, presidente e fondatore di Pannagh e storico leader del movimento antiproibizionista spagnolo.
Sul capo di Martin pesa una condanna di due anni di reclusione oltre a una multa di 250.000 euro. Eppure non un grammo della sua contagiosa energia e lucido ottimismo è venuto meno. Come potrete leggere direttamente nelle sue parole. Aupa Martin!

Cannabis Social Club, la conferenza stampa di PannaghIl caso Pannagh è stato senza dubbio “l’affaire” cannabico dello scorso anno, e molto se ne è parlato anche in Italia, grazie alla campagna di sostegno promossa da Forum Droghe. Quali sono le novità del caso, e perché son così promettenti?

Il caso è stato ammesso al Tribunale Costituzionale. E’ l’ultimo ricorso possibile dopo essere stati condannati (vedi Recurso de amparo, ndr). Il Tribunale dichiara ricevibile solamente l’1% circa dei 6000/7000 mila ricorsi presentati ogni anno, rigettando tutti gli altri.  Nondimeno, il nostro ricorso non solo è stato ammesso ma addirittura il Tribunale ritiene che il “caso Pannagh” trascende il caso concreto perché pone una questione di “rilevante y generale ripercussione sociale e economica.” Riconoscendo così che si sta giudicando un fenomeno sociale, e allo stesso tempo riconoscendo la traiettoria attivista di Pannagh.

Ricordo che dopo la sentenza di condanna di Pannagh da parte del Supremo uscirono numerosi articoli di stampa cannabica spagnola e internazionale che vaticinavano la fine del modello dei Cannabis Social Club. A guardare bene, le cose son andate diversamente. Cosa è successo davvero in questo anno abbondante passata la sentenza?




Ciò che è successo era prevedibile viste la dimensione del fenomeno e la fumosità della sentenza. Esistono così tante associazioni, così differenti fra loro; l’accettazione sociale e istituzionale è cosi alta che in realtà son poche le associazioni che han dovuto chiudere. Altra cosa è chiedersi che succederebbe loro nel caso le forze dell’ordine intervenissero, soprattutto nel caso dei grandi club, però per il momento molte funzionano normalmente. Molte associazioni, come quelle che appartengono alla FAC, han deciso di adattarsi a ciò che indicano le sentenze, per evitare problemi: han ridotto il numero dei soci, sospeso l’ammissione di nuovi membri, assegnato con precisione i compiti e ruoli dei coltivi collettivi affinché risulti chiaro cos’è un coltivo collettivo… Di fatto, si stanno producendo molte sentenze di tribunali minori improntate alla tolleranza, sempreché l’associazione abbia pochi membri e la sua struttura sia orizzontale.

Il modello dei CSC che futuro ha in Spagna?

Il futuro dei Cannabis Social Club in Spagna dipenderà soprattutto da come si legifererà nei prossimi anni, se non mesi. Quello che vediamo oggi è il risultato di una poco chiara regolazione degli anni ’70, ma già nel prossimo futuro le cose potrebbero cambiare. Ad ogni modo i club in Spagna sono molto radicati, diverse istituzioni li accettano come alternativa ragionevole al modello del narcotraffico e soprattutto godono di una grande accettazione sociale. Nei sondaggi i favorevoli ai CSC sono già più numerosi dei detrattori, soprattutto fra la popolazione più giovane. Crediamo che in una futura regolazione possano coesistere l’autocoltivo, i social club e un circuito commerciale.

Puoi spiegare al pubblico italiano, che conosce soprattutto Barcellonabis, la differenza che corre fra un vero Cannabis Social Club e un CSC commerciale? Che ruolo pensi hanno svolto i CSC commerciali nello sviluppo e nell’attualità della lotta cannabica?

I veri CSC sono entità democratiche, partecipative e senza animo di lucro. Già da anni, e soprattutto a Barcellona, hanno preso piede falsi club dietro cui si nascondono imprese con fini di lucro. D’associazione hanno solo il nome e alcune portano le insegne commerciali dei loro veri promotori, in alcuni casi banchi di semi (per esempio, Strain Hunters Club in numerose città spagnole, ndr). I club commerciali, generalmente, servono come coperture per guadagnare denaro a mucchi vendendo marijuana prodotta clandestinamente, e incluso per giustificare coltivi destinati all’esportazione.

Cannabis Social Club, la sfida della normalizzazione spagnola




Questi falsi club han fatto molto male al movimento cannabico. Agiscono su scala industriale, alcuni istigano chiaramente al consumo, si mischiano con le reti internazionali del narcotraffico e con le mafie… Tutto ciò ha generato allarme fra le fila dei proibizionisti, e credo che l’offensiva repressiva che abbiamo sofferto (Sentenze Cassazione, Legge Mordaza, Legge del Traffico, ndr) sia stata causata dall’allarme generato da gente che si è approfittata del nostro lavoro di attivisti per arricchirsi. Il peggio è che la repressione si è concentrata sulle associazioni più attiviste. Molte associazioni storiche come Pannagh o La Maca di Barcellona sono state messe fuori gioco, mentre nella Rambla di Barcellona continuano a imperversare personaggi che intercettano i turisti per portarli ai falsi club.

Dopo moltissimi anni al fronte della FAC e del movimento cannabico spagnolo, dalla sentenza in poi sei stato costretto a fare un passo indietro. Qual’è la tua opinione della situazione attuale del movimento in Spagna?

Da un lato, l’accettazione sociale del movimento è più grande che mai. Dall’altro, la debolezza del movimento è estrema. Le associazioni veraci son le più piccole e deboli economicamente, oltre ai problemi legali di cui soffriamo in molti e che ci stanno dissanguando. Allo stesso tempo, vi è stato un formidabile sbarco di capitali stranieri per controllare il futuro mercato cannabico spagnolo. Per la maggioranza di questi investitori, le associazioni cannabiche sono un problema.

Per questo, l’industria cannabica in Spagna, con poche e ammirevoli eccezioni, non muove dito verso il movimento cannabico, non lo aiuta economicamente, che non sia per eterodirigere una sua parte. Ciò che abbiamo fatto nei lustri gli è risultato utile, però ora preferirebbero che sparissimo e poter rimanere solo per guadagnare denaro. Ciò detto, non gli renderemo la vita facile. Il nostro movimento, soprattutto la FAC, si è conquistata la sua credibilità passo a passo con costanza e perseveranza, sempre in prima linea mettendoci la faccia per molti anni, e credo che questo ci possa venire di gran aiuto in questo momento. Penso che nel futuro continueranno ad esistere autocoltivo e cannabis social club, ma dovremo lottare per evitare di finire divorati da un’industria aggressiva e con pochi scrupoli.

Quali sono i rischi e quali le opportunità per ottenere finalmente una (giusta) regolamentazione della marijuana in Spagna?

Il rischio principale è la commercializzazione, che già si sta producendo. La cannabis muove molto denaro e c’è molta gente che può provare a pervertire il processo di regolamentazione per affermare oligopoli. Tuttavia, io sono molto ottimista. Nel movimento cannabico abbiam fatto un gran lavoro per cambiare la percezione sociale della cannabis, e credo che abbiamo raggiunto in larga parte i nostri obiettivi. Le nuove generazioni non capiscono nè accettano il proibizionismo e questo può ancora crescere nel futuro. I partiti politici lo sanno e alcuni hanno cambiato radicalmente la propria posizione. Nei distinti parlamenti regionali e nazionale si sta parlando molto di una nuova regolamentazione e son convinto che sia solo questione di tempo per arrivarci.

Stefano Auditore
Presidente Associazione No Profit FreeWeed Board

Nato a Cernusco sul Naviglio, il 12/02/1986

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