Politiche Repressive: Fanno male, anche ai Bambini!

“Il mio sogno è che i paesi basino le loro politiche sulla droga sull’evidenza, dando la priorità ai diritti umani e alla salute pubblica. Si oppongano alla paura irrazionale e all’ideologia”.

A dirlo è Dainius Pūras in un’intervista rilasciata a Vice, a seguito della lettera che lo stesso Pūras, relatore speciale delle Nazioni Unite sulla salute, aveva inviato al direttore dell’UNODC (l’Ufficio delle Nazioni Unite sulla Droga e il Crimine), segnalando come il proibizionismo abbia inciso negativamente sulla salute individuale e globale, anche di quella dei bambini.

Questa presa di posizione è un netto contraltare a quella celebre di Richard Nixon nel 1971: in quell’anno l’allora presidente degli Stati Uniti Richard Nixon inaugurò la war on drugs in un celebre discorso pronunciato davanti al Congresso americano: “Il problema della dipendenza da narcotici affligge il corpo e l’anima dell’America… Entra tranquillamente nelle case e distrugge i bambini, si muove nei quartieri e rompe le fibre della comunità che costruiscono la convivenza”.

La guerra alla droga globale viene combattuta da quasi 50 anni, senza essere riuscita a prevenire a lungo termine l’aumento della droga prodotta, l’offerta e l’uso.

Ma dietro questo fallimento, per raggiungere i propri obiettivi dichiarati, la guerra alla droga ha prodotto una serie di costi negativi. Molti di questi costi sono stati identificati proprio dall’UNODC e sono stati descritti come conseguenze non volute della guerra alla droga.

Tra queste esternalità negativa, un posto centrale occupa la questione salute, personale e pubblica.

 

Questione salute: i temi

A lungo giustificata con la necessaria difesa della salute delle persone – ed in particolare dei bambini – la guerra alla droga è presto diventata tutt’altro: una teoria secondo cui, per togliere la droga dalle strade, chi ne fa uso vada criminalizzato, arrestato, imprigionato o, in alcuni casi, persino condannato a morte.

I danni prodotti da queste politiche, invece, sono diversi ed evidenti: innanzitutto la guerra alla droga non ha avuto alcun effetto nello scoraggiare (come emerge in un rapporto di Count the costs) le fasce più giovani e vulnerabili della popolazione dall’utilizzo di droghe, con relative conseguenze sulla salute (fino alla morte per le droghe tagliate o contaminate).

A questo va poi abbinato lo stigma sociale e la limitazione nelle opportunità di vita conseguenti al consumo o possesso di droghe.

Queste politiche repressive si sono spesso sostituite a quelle relative alla riduzione del danno e ad una corretta informazione sulle droghe e i loro effetti, lasciate in secondo piano e, spesso, svolte solo come strumento di supporto alle politiche di criminalizzazione.

Infine, la guerra alla droga che doveva inizialmente colpire spacciatori e narcotrafficanti si è trasformata in una guerra contro i consumatori. La criminalizzazione ha spinto le persone a nascondere i propri problemi di salute e ad allontanarsi dalle strutture sanitarie per paura di essere arrestati o perseguiti, impedendo così risposte adeguate ad HIV, epatite C, overdose e alla tossicodipendenza.

Fonte: Annual Report 2011 EMCDDA (http://www.emcdda.europa.eu/online/annual-report/2011/library/fig19)


Un capitolo a parte meriterebbero poi le conseguenze che la criminalizzazione delle droghe ha avuto nel rallentare la ricerca e le possibilità di curarsi attraverso, ad esempio, la cannabis medica (qui l’approfondimento sul sito di Non Me La Spacci Giusta).

Nel corso del mese di gennaio approfondiremo i temi legati alla salute, sia qui, sia sui nostri canali social (Facebook e Twitter).

Oggi ci concentriamo sulle questioni che colpiscono con maggior forza i giovani.

  1. Le politiche repressive e la salute di bambini e ragazzi

Così come non sono state in grado di dare risposte a queste problematiche, le politiche repressive non sono riuscite a proteggere neanche i più giovani, anzi, hanno contribuito a metterli maggiormente in pericolo.

I giovani che fanno uso di droghe sono, in generale, fisicamente e mentalmente più vulnerabili ai rischi della droga; meno informati circa gli effetti potenziali delle sostanze che consumano; più propensi a correre rischi legati all’assunzione di droghe.

Per prevenire questa assunzione dunque leggi dure sulla droga possono, intuitivamente, sembrare una risposta. Tuttavia l’evidenza dimostra che le leggi punitive non scoraggiano i bambini e i giovani dall’uso, né limitano in modo significativo il loro accesso alle droghe.

In uno studio 2014, il Ministero degli Interni britannico ha concluso, dopo aver esaminato evidenze provenienti da diverse parti del mondo, che la “durezza” delle leggi sulla droga di un paese non aveva alcuna influenza sui suoi livelli di consumo di droga.

Numerosi studi simili, anche dall’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, l’Organizzazione Mondiale della Sanità el’Organizzazione degli Stati Americani sono giunti alla stessa conclusione.

Fonte: Annual Report EMCDDA (http://www.emcdda.europa.eu/online/annual-report/2011/library/fig3)

  1. Cattiva informazione e mancata riduzione del danno

E non sono più utili gli appelli alla sicurezza dei bambini, veicolati con messaggi carichi di retorica populista e sensazionalismi da parte dei media, al solo scopo di creare paura nei genitori: parlare di droga come una minaccia esistenziale per i giovani, come una minaccia da sradicare, senza piuttosto affrontare la questione come un problema sociale e di salute da gestire pragmaticamente (la cosiddetta “riduzione del danno”), si è dimostrata una strategia fallimentare, con effetti negativi.

L’informazione e l’educazione sulla droga deve essere basata sulla scienza, piuttosto che sulla politica. Ma la guerra alla droga è una lotta ideologica e politica e questo è dunque l’approccio da superare.

  1. Criminalizzazione e consumo problematico

Non solo i divieti e le pene più severe non riescono a ridurre il consumo di droga, ma portano anche ad un utilizzo più rischioso e problematico.

La minaccia di criminalizzazione, la stigmatizzazione e la discriminazione associate, spingono spesso a consumare droghe in ambienti marginali, non sicuri e poco igienici, compromettendo ulteriormente la salute dei giovani che ne fanno uso.

Inoltre, essendo il mercato della droga in mano alle organizzazioni criminali non c’è nessuna supervisione formale o regolamentazione. Il risultato è che le sostanze sono vendute a chi può permetterselo – indipendentemente dall’età. In più, dal momento che gli spacciatori non forniscono avvertenze per la salute e le informazioni di sicurezza relative al dosaggio, gli utenti meno esperti – che hanno più probabilità di essere giovani – sono a maggior rischio di andare incontro ad effetti negativi derivanti dall’uso di droga.

Spesso anche molti bambini e giovani vengono privati ​​della libertà per reati di droga minori attraverso leggi ingiuste e sproporzionate.

Questa ingiustizia è tanto più acuta dato che di solito questi ragazzi sono tra i più emarginati e vulnerabili della società e la decisione di spacciare o trafficare è diretta conseguenza della povertà e di mancanza di alternative.

via Francesca Mancini http://www.francescamancini.it/

Superare le attuali politiche per difendere il diritto alla salute

“Gli Stati parti adottano tutte le misure, comprese misure legislative, amministrative, sociali ed educative, per proteggere i bambini da un uso illecito di stupefacenti e di sostanze psicotrope, così come definito dalle Convenzioni internazionali pertinenti e per impedire l’uso dei bambini nella produzione illegale e il traffico di tali sostanze”.
A recitare così è l’articolo 33 della Convenzione ONU sui diritti dei bambini.

Proprio dando seguito a questo articolo spesso si sono giustificati gli ultimi 50 anni di politiche sulle droghe. Tuttavia, dopo il breve excursus fatto finora, c’è da chiedersi: la lettura data di questo articolo è davvero l’unica possibile?

Non si fa infatti mai riferimento alla criminalizzazione, ma si parla in maniera generica di una serie di misure che possano proteggere i bambini da sostanze psicotrope – tra le quali, è bene ricordarlo, c’è anche il legale alcol (qui abbiamo realizzato un confronto Alcol Vs. Cannabis).

I dati e le evidenze, alcune delle quali abbiamo richiamato, ci dicono che questo approccio è stato fallimentare. È dunque l’ora di dare una diversa applicazione all’articolo 33 della Convenzione, cambiando politiche e superando le ideologie.

Ne va della nostra salute.

 

NMLSGQuesto articolo fa parte del progetto Non Me La Spacci Giusta: per un dibattito informato e un cambiamento nelle politiche sulla droga.

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Fonte: CILD – Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili 

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