UNGASS 2016: Nessuna svolta, tanta ipocrisia.

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UNGASS 2016 SANCISCE, SULLA TEMATICA DELLE DROGHE, LA MORTE DELL’ ONU E LA FINE DELLA DEMOCRAZIA.

Riflessione su Ungass 2016 di Giangaleazzone Turabusi, Attivista FreeWeed

Vi chiedo perdono, mi sono sbagliato io, credevo che quest’Assemblea avrebbe rappresentato un punto di svolta e così in un certo senso è stato, ma non per noi ne per altre centinaia di milioni di consumatori nel mondo.

Non è stato trovato un vero accordo, pertanto le nazioni se ne son uscite con un documento generico che chiamare “fuffa” è ancora fargli un complimento. Così quei pochi attivisti che hanno dedicato i loro pomeriggi e serate all’ascolto delle relazioni finali dell’Assemblea Generale hanno potuto constatare con le proprie orecchie, ciascuno per quanto riguarda il suo paese, e leggere con i propri occhi che nulla cambia nella maggior parte del mondo e in questa maggior parte c’è anche il nostro paese.

Si sono venuti a determinare alcuni gruppi di paesi che fanno capo ad organizzazioni inter-statali regionali, inedite alleanze ma chiari schieramenti.

C’è un gruppo di paesi tra i quali USA, Messico, Costa Rica, Panama, Rep Dominicana, Colombia, Jamaica, Paraguay e sopra a tutti Uruguay che hanno con decisione imboccato la via della legalizzazione, della fine della war on drugs, e della fine della persecuzione dei consumatori.

Un altro gruppo è rappresentato da alcune delle più feroci dittature del sud-est asiatico e dell’Africa centrale, capitanate in apparenza da paesi come Thailandia, Myamar, Uganda, ma con tutta evidenza completamente sotto il tallone cinese, che proclamano di voler continuare la guerra alla droga, con la motivazione che il loro completo impegno fino ad oggi profuso ha raggiunto ottimi risultati in termini di sequestri (per pietà umana vi risparmio le quantità), di controllo del territorio e di sicurezza.

Ammettono che i loro sforzi non sono stati però sufficienti, infatti i loro dati dicono che il consumo interno è aumentato e non solo di droghe tradizionali, ma specialmente di droghe sintetiche, pertanto raddoppieranno i loro sforzi nella repressione del consumo secondo le consuete modalità: incarcerazioni, trattamento sanitario obbligatorio accoppiato o meno al carcere, pena di morte, distruzione di comunità locali, potenziamento e persino creazione di nuove forze di polizia.

Questi paesi sono concordi nel negare la propria responsabilità per la loro situazione interna, si definiscono “paesi di transito” e scaricano la responsabilità sui “paesi consumatori” in primis quelli europei e nord americani; individuano nel traffico internazionale di droga una delle più importanti fonti di finanziamento del terrorismo internazionale, ovviamente poichè se la questione fosse solo loro, non avendo un reale consumo interno, la cosa poco li riguarderebbe ma, siccome la colpa è nostra richiedono cooperazione internazionale (soldi internazionali) per continuare a massacrare le loro popolazioni con lo scopo di assicurare la sicurezza mondiale.

Un’altro gruppo è quello dei paesi africani francofoni: Marocco, Algeria, Tunisia; stiamo sempre parlando di democrazie avanzate che rivendicano le loro campagne di eradicazione, ma hanno almeno la decenza di non citare risultati, e si uniscono ai precedenti nel richiedere la cooperazione internazionale, il controllo di internet, ed il diritto di imporre nei loro territori la loro visione dei “Diritti Umani” e tiepidamente si schierano contro la pena di morte, anche perchè, in effetti, il rischio è che il detenuto non arrivi vivo al processo.

Infine i “peggiori”, la Unione Europea, che se ne è uscita con un documento comune che è ancora più “fuffa” di quello finale di UNGASS, in cui alla fine è stato proclamato il “liberi tutti” e che ha permesso a tutti i delegati europei di dire che loro avevano già fatto tutto, che la loro azione è rivolta ai diritti umani, che hanno stabilito una proporzionalità dell’azione di repressione, che nei casi minori hanno abolito l’azione penale, che riconoscono il valore della cannabis terapeutica, che hanno iniziato a coltivarla per questo scopo, che hanno concesso, in casi particolari, licenze per l’auto produzione a persone bisognose di terapia e altre amenità di questo genere.

In questo gruppo le posizioni più orientate per la salvaguardia dei diritti umani sono state quelle di Ungheria, Austria, Albania; quest’ultima ha anche rivendicato le sue grandi azioni di contrasto alla coltivazione e al traffico.

L’Italia brilla per aver già fatto tutto, a cominciare dalle eradicazioni dalla singola pianta sui balconi alle piantagioni di industriale scambiate per droga, dalle misure alternative al carcere, anche per malati certificati, fino al contrasto al riciclaggio e alla protezione dell’ambiente.

Siate orgogliosi di vivere in un paese così avanzato che ha personalmente rivendicato, e vogliamo conoscere a chi è stata data, la concessione di autorizzazioni alla coltivazione personale di cannabis a scopo terapeutico.

Passatemi la battuta di aspirare ad oggi, sempre maggiormente, per un visto per il Costa Rica.

Le politiche europee, che tendono ad allontanare la gente dal rivendicare ed esprimere i propri diritti, hanno fatto sì che adesso Ungheria ed Austria siano diventate le paladine dei Diritti Umani e che l’Italia possa rivendicare di aver fatto già tutto quello che si doveva, complimenti a quelli che si sono defilati, affidando la responsabilità a terzi. Noi continuiamo a metterci la faccia ed il cuore; la battaglia continua.

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Commenti

One Response so far.

  1. Andrea TwoFingaz Concentrati ha detto:
    I permessi….di quelli per andare a fare la spesa dato che sei agli arresti domiciliari. Oppure peggio in carcere direttamente, per pochi grammi di cannabis a volte anche essendo malato…altro che permessi, ci facciano i nomi di questi coltivatori autorizzati, chi sono? Quanti sono? Perché lo sono??? Tutte boiate.
     

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