“War on Drugs” : Danni anche al nostro Ecosistema!

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La ‘guerra alla droga’ delle Nazioni Unite non è solamente, secondo molti, un progetto fallimentare: stando a un nuovo report starebbe anche causando un vero e proprio disastro ambientale, e contribuendo ad accelerare il cambiamento climatico.

All’interno di uno studio pubblicato dalla Open Society Foundation, la ricercatrice Kendra McSweeney ha chiesto di riconsiderare le politiche internazionali di contrasto che stanno portando coltivatori, produttori e trafficanti a muoversi di più e più rapidamente, causando deforestazione e incentivando la contaminazione chimica in alcuni degli ecosistemi più fragili del pianeta, tra cui parchi nazionali e riserve indigene.

“È importante che la comunità internazionale si renda conto degli effetti della guerra alla droga sull’ambiente,” ha spiegato McSweeney, ricercatrice presso la Ohio State University.

Ad aprile 2016 si terrà una Sessione Speciale dell’Assemblea Generale dell’ONU, che verterà proprio sul tema della lotta alla droga: gli esperti sperano che la conferenza – che punta a elaborare “una strategia integrata e bilanciata per affrontare il problema della droga nel mondo” – analizzerà in profondità gli effetti collaterali causati dalle politiche anti-droga.

È stato riconosciuto l’impatto che gli erbicidi e i fertilizzanti utilizzati per far crescere e lavorare le piante hanno sull’ambiente: tra il 2001 e il 2013, oltre 700.000 acri di foresta sono stati distrutti per fare posto a piantagioni di cocaina. Sappiamo molto meno, tuttavia, dell’impatto delle politiche anti-droga sugli ecosistemi in cui vengono attuate.

gUERRA ALLA DROGA ART Negli ultimi 40 anni gli Stati Uniti hanno speso oltre un trilione di dollari per  combattere il traffico di droga nel mondo. Nonostante questo, però, l’uso di droga è  rimasto relativamente stabile e il giro d’affari del traffico è cresciuto senza sosta. Le  stime variano molto: secondo l’Organizzazione degli Stati Americani, il commercio di  stupefacenti fuorilegge genererebbe ogni anno circa 320 miliardi di dollari.

Un esempio di queste politiche anti-droga è rappresentato dalle campagne di  ‘fumigazione’, usate spesso per arginare la coltivazione selvaggia di cocaina —  all’interno del cosiddetto Plan Colombia, voluto dagli Stati Uniti per contrastare la  diffusione della coca nella sua terra di origine e durato 15 anni, queste tecniche sono  state usate costantemente. Per quindici anni gli aerei sorvolavano le piantagioni  spruzzando glifosato, con un impatto notevole sulla fauna, le coltivazioni agricole, il  bestiame e la salute dei residenti locali.

“La quantità di terra necessaria per produrre cocaina, marijuana ed eroina è in realtà abbastanza relativa,” ha aggiunto McSweeney. “Ma se i campi di produzione vengono distrutti continuamente, i produttori non fanno altro che spostarsi altrove, nell’intento di mantenere immutato il loro regime di produzione.”

All’inizio del 2015 la Colombia ha messo al bando il glifosato, ma forse era troppo tardi: tra il 2001 e il 2014, infatti, circa 1800 chilometri quadrati di foresta colombiana sono stati abbattuti per la coltivazione di cocaina. Nel corso del 2014, appezzamenti di cocaina erano stati installati persino in 16 dei 59 parchi nazionali del paese.

“Insediandosi nei parchi i produttori sanno di essere al sicuro, perché lì le autorità non possono spruzzare il diserbante,” ha spiegato Vanda Felbab Brown, che lavora per il Brooking Institute. Secondo Brown, la situazione è ancora più grave “in Perù, dove lo scarsissimo controllo governativo ha dato ai cocaleros totale libertà di coltivare nei parchi nazionali.”

Con la polizia che pattuglia le strade più conosciute, i trafficanti si stanno spostando verso zone più remote e meno battute. La creazione di nuove rotte di transito delle sostanze illecite, secondo il report, costituisce un danno ulteriore per l’ambiente. Senza contare che, oggi più che mai, i profitti illegali dei narcotrafficanti vengono ripuliti in allevamenti, disboscamenti ed esercizi commerciali agricoli, i quali comportano un costo aggiuntivo per l’ecosistema.

Ambiente guerra alla drogaLa situazione, insomma, è caotica e paradossale: secondo McSweeney, gli stessi effetti delle policy implementate dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (UNODC) violerebbero le buone regole dell’ONU, che promuovono “la biodiversità, la salvaguardia degli ecosistemi, i diritti delle popolazioni indigene, la lotta al cambiamento climatico, e lo sviluppo sostenibile.” È un’evidente contraddizione istituzionale, spiega la ricercatrice, che dovrebbe essere oggetto di discussione durante il summit di aprile.

Il report offre diversi suggerimenti su come migliorare le attuali politiche anti-droga: ad esempio includere, nel processo decisionale della ‘guerra alla droga’, i anche i costi degli effetti ambientali. Un’altra idea potrebbe essere quella di chiedere alle agenzie internazionali di sperimentare soluzioni regionali al problema, come la legalizzazione controllata della coltivazione di droga in Bolivia.

Gli stati membri delle Nazioni Uniti potrebbero anche raddoppiare il loro impegno economico e politico nella biodiversità, offrendo supporto finanziario alle comunità indigene e campagnole, ed avviare regolamenti più stringenti per bloccare il riciclaggio dei capitali ottenuti con la produzione e il commercio di droga — suggerisce il report.

Infine, secondo McSweeney, i legislatori dovrebbero riconoscere che questi ‘effetti collaterali’ della guerra alla droga sono molto più evidenti e percepiti nel sud del mondo, dove i danni ambientali hanno rappresentato anche una perdita di opportunità economiche per le comunità locali.
Fonte: VICE NEWS

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